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L’AQUILA: IMMOTA MANET

L'Aquila-Riprendiamoci la cittàSono trascorsi 10 anni da quel tragico 6 aprile del 2019… Dieci anni sono tanti, ma in realtà io credo che da quella maledetta notte, in un certo qual senso, sia passato molto più tempo, sia trascorsa una vita intera. Di parole ne sono state dette tante, forse anche troppe e io voglio solo limitarmi a riportare un’intervista che feci ad un fotoreporter aquilano, pluripremiato per il suoi lavori in giro per il mondo: Danilo Balducci e che venne pubblicata su Osservatorio Digitale, giornale per il quale ho collaborato per diversi anni.

Ecco l’intervista che feci nel 2010, un anno dopo il sisma.

Negli ultimi mesi la città de L’Aquila (o, meglio, quel che ne resta) è stata una delle più fotografate al mondo. A poco più di un anno dal terribile sisma che l’ha sconvolta ho incontrato Danilo Balducci, un fotoreporter che a L’Aquila è nato, ci viveva e ci vive tuttora, e che la ama visceralmente come si amano le proprie radici. Ho scelto lui perché, al di là della sua bravura, Danilo ha vissuto la tragedia del capoluogo abruzzese non solo come fotogiornalista abituato a documentare, ma anche – e forse in questo caso soprattutto – come vittima diretta di un disastro che ha stravolto la vita di molti, la sua compresa. Qual è la differenza fra il fotografare un disastro umanitario come “freddo” inviato sul campo e fotografarlo invece facendone parte? Esiste questa differenza, o un fotoreporter rimane sempre e comunque un fotoreporter? Queste erano le domande che mi frullavano in testa quando l’ho incontrato e questo era ciò che mi interessava capire.

Lo spunto è nato dall’ultimo libro pubblicato da Balducci, Tra cielo e Terra. Under a cloudy sky, una raccolta di foto che testimoniano il terremoto aquilano da un punto di vista unico, cioè attraverso lo sguardo di un fotografo che si è ritrovato, suo malgrado, a vivere la schizofrenia del sentirsi al contempo vittima e testimone di un evento sconvolgente.

Danilo non è abituato a essere intervistato, è schivo e restio: non per spocchia, ma per carattere. Lui normalmente racconta i fatti protetto dalla sua macchina fotografica e il registratore lo innervosisce un po’; è molto introverso, come spesso sono (siamo) noi fotografi. Tento di  metterlo a suo agio prendendo in mano il libro e provando a condurre questa conversazione spostando il discorso sulle sue foto per cercare di arrivare alla sua essenza di vittima di una tragedia attraverso ciò che più gli appartiene, il suo lavoro, le sue fotografie. Inizio a sfogliare e cominciamo a commentare le immagini ripercorrendo prima di tutto i primi momenti di quella notte.

Monica Cillario: Proviamo a ritornare alla notte del 6 aprile del 2009: c’è il terremoto, tu ovviamente ti spaventi, esci fuori di casa e cosa fai?

Danilo Balducci: Esco fuori di casa e prendo la macchina per andare in centro, perché io vivo a 5 Km da L’Aquila. Arrivo in centro e, salendo di corsa, la prima scena che vedo è questa, di questa ragazza che salta sulle macerie.

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© Courtesy of Danilo Balducci per Monica Cillario-Osservatorio Digitale

MC: Perché sei andato in centro?

DB: Per fare foto, è naturale.

MC: Fammi capire bene: vivendo a L’Aquila avevi cari, famiglia, casa, la tua vita insomma; eppure quando hai sentito il terremoto la prima cosa che hai pensato è stata: “Esco e vado a scattare le foto”? Questo è stato il tuo primo pensiero?

DB: No. Io ho sentito il terremoto, mi sono affacciato dal giardino di casa, perché da Civita Di Bagno, dove vivo, si vede l’Aquila: la città era in una nube di polvere e la prima cosa che ho pensato (e che anche mia moglie mi ha detto) è stata: “Prendi le macchine fotografiche che è successo un casino” e quindi sono partito di corsa verso l’Aquila, per fare foto.

MC: Questa dunque è la tua prima foto?

DB: Sì, esattamente questa.

MC: Ma quando l’hai scattata non hai pensato nulla? L’hai scattata e basta?

DB: L’ho scattata perché ho visto queste persone che mi sembravano “zombi”… In realtà ho pensato a un film di George Romero. Vedi che qui c’è il flash? Avevo appena finito di lavorare al Vinitaly e sono arrivato a casa la sera del terremoto: a mezzanotte mi son messo a letto, alle tre c’è stato il terremoto; lavorando cinque giorni fuori casa non avevo più il flash carico e quindi ho pensato “poi domani lo ricarico”, ma è una cosa che non ho potuto fare e sono uscito con il flash scarico. Nella mia follia di precisione sapevo che con il digitale, quantomeno con le mie macchine (due Nikon D2x e D2Xs ndr), fotografando a oltre 400 ISO le foto sarebbero venute male, quindi ho tenuto la macchina impostata a 400 asa, anche perdendo delle fotografie che son venute mosse, fuori fuoco, ma tutto pur di non avere la granaccia digitale, il disturbo.

MC: Quindi nel bel mezzo di questa tragedia hai pensato al lato tecnico…

DB: No, l’ho fatto solo per abitudine. In realtà non pensavo, lì per lì scattavo e basta.

Continuo a voltare le pagine e Danilo mi indica una foto dicendomi: “Questa dei pompieri nella casa con la polvere è uscita adesso per la prima volta sul libro, non era mai stata pubblicata. Poi, nel libro, seguono la prima foto del terremoto dell’Aquila uscita sul Times, ossia la prima delle prime dieci immagini uscite sul Times CNN la mattina del disastro; ancora, il particolare che appare in apertura di questa intervista è tratto dalla foto che è stata la copertina del Denver Post la mattina del 30. Il lavoro che vedi pubblicato in questo libro nasce in un secondo tempo, dopo che tutti i fotografi sono andati via, perché poi, nei giorni seguiti a quella terribile notte, io mi son trovato un po’ sconnesso vedendo tutta questa gente che fotografava e che, tra l’altro, via via fotografava anche me che piangevo.”

MC: Tu, in un tuo lavoro uscito sul sito Nital.it, hai scritto di aver visto a un certo punto un fotografo che ti stava fotografando; il tuo primo istinto è stato di irrigidimento, però poi ti è venuto in mente che stava solo facendo il suo lavoro, come mille altre volte lo avevi fatto tu…

DB: In effetti mi sono trovato a vivere stati d’animo molto complessi; quando ho visto un mio collega fotografarmi venivo da un momento per me delicatissimo, che nei giorni a venire mi ha segnato molto. Dopo aver fatto la foto della ragazzina coperta che vedi qui sotto c’è un’altra foto, quella di due medici che aprono gli occhi pieni di terra a questa ragazzina che è morta. Io ero lì e ho scattato. Uno di questi due vigili del fuoco che vedi nella foto ha preso un sasso e me l’ha tirato urlandomi “Sciacallo”. Questa cosa mi ha bloccato, perché in realtà io sentivo la mia città e in quel momento ero lacerato dal dolore; il vigile del fuoco però non sapeva che fosse la mia città, pensava che fossi uno dei fotografi arrivati la mattina presto da Roma.

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© Courtesy Danilo Balducci

MC: C’era una differenza, dal tuo punto di vista di fotoreporter, tra riprendere il terremoto della tua città rispetto a quello di un’altra città ?

DB: La differenza non c’era dal punto di vista fotografico. Era dentro, in quello che provavo mentre in quel momento fotografavo quella ragazzina morta: io questa ragazza la vedevo passeggiare con la sorella tutti i giorni, la conoscevo e quindi io la foto l’ho fatta comunque, per l’istinto del racconto che ho, per il fatto che quando succede qualcosa io devo esserci con la macchina fotografica, ma le emozioni che provavo mentre scattavo non potevano essere le stesse che ho provato quando ho scattato la foto di altre vittime di altri terremoti.

MC: Mi hai detto che il vigile del fuoco ti ha tirato una pietra dandoti dello sciacallo.Tu ti sei sentito uno sciacallo o no?

DB: Non mi sono sentito uno sciacallo, no.

MC: E ti saresti sentito uno sciacallo in un’altra città che non fosse la tua?

DB: No, anzi, ancora di meno.

MC: C’era allora il pudore dato dal fatto che comunque quella era una parte della tua vita?

DB: Sì, esatto, e però proprio per quello mi sentivo in diritto di fotografarla.

MC: Allora c’è un pudore?

DB: Assolutamente, io ho abbassato la macchina fotografica centinaia di volte

MC: Fammi un esempio.

DB: Terremoto in Algeria, 2003. C’era un padre che stava seppellendo la figlia morta nel sisma, immagina la scena di questa buca in un cimitero dove tutte le tombe erano ricoperte di siepi spinose per evitare che i cinghiali mangiassero i cadaveri e c’è il padre da solo con il mantello bianco, con il vento che muove questo mantello e lui con questa bambina in braccio. La foto sarebbe stata meravigliosa, però io ho detto “No”, ho abbassato la macchina fotografica, mi son girato e me ne sono andato. Ho pensato: “Questo momento è suo e basta”. Questo poi mi ha portato, tra le varie cose, a fare un lavoro diverso anche a L’Aquila, che è questo qui che vedi nel libro, e tutto è nato da questa vecchietta che vedi qui sotto. Questa donna anziana è uscita dalla tenda, ha guardato per aria e ha detto “Adesso viene a piovere”. I quei giorni immediatamente successivi al terremoto c’era ancora la terra che si muoveva. Io ho pensato “Il problema è giù, in basso, il terremoto è nel terreno sotto di noi e lei pensa che adesso viene a piovere”: quindi questa cosa del cielo, di guardare il cielo in maniera quasi ancestrale, di raccomandarsi all’alto, non so come dire… il fatto che venisse a piovere in realtà in quel momento era l’ultimo dei suoi problemi.

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©Courtesy Danilo Balducci

MC: Però era la vita che continuava…

DB: Esatto, però era la vita che continuava e quindi questa cosa delle nuvole è nata da questa vecchietta che ha guardato il cielo denso di nubi. Tutto il lavoro ha come filo conduttore le nuvole sopra la città che per un mese son state su L’Aquila. Ho usato un modo di fotografare un po’ più “romantico”, un po’ diverso, dove l’unica cosa che inquieta son queste nuvole cupe.

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© Courtesy Danilo Balducci

Anche questa foto, se non ci fosse la didascalia sarebbe un paesaggio, punto, ma la latitudine e la longitudine sono esattamente l’epicentro del terremoto e anche il raggio di sole ci va esattamente sopra fendendo le nubi (questo è un po’ una botta di… fortuna, comunque ho aspettato un giorno intero per scattarla così).

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© Courtesy Danilo Balducci

Questo che vedi qui sopra è il ponte di Fossa che è crollato: io ho cercato di raccontare le stesse cose che sono andate in giro in quei giorni, però in maniera diversa, lasciando intuire, lasciando pensare, ma non lasciando vedere; il ponte di Fossa è un ponte che è crollato e che ha lasciato Fossa isolata per un po’. Tutti hanno fotografato questo ponte crollato nell’acqua; dato che tutti l’hanno fatto, io ho pensato: “Questo taglio mi dà comunque l’idea di uno sbarramento, di qualcosa di inaccessibile”, soprattutto con queste strisce rosse e quindi la mia foto del ponte di Fossa crollato l’ho scattata così.

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© Courtesy Danilo Balducci

Anche questa Madonna è in una vetrina e si riflettono le nuvole, però ha le mani spezzate e il naso graffiato e il punctum della foto è lì, il problema è arrivarci, perché ho notato che non molti vedono le mani spezzate, vedono solo la Madonna.

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© Courtesy Danilo Balducci

Questa foto invece è fra le “pictures of the year” su Life con il titolo “Hell on Earth”.

MC: E perché proprio questa, secondo te?

DB: Non lo so, non ne ho idea.

MC: Lo scatto è tuo e non te lo spieghi?

DB: Lo scatto è mio e me lo spiego: è questa luce surreale, con le nuvole.

MC: Non l’hai ritoccata?

DB: Questa è solamente leggermente contrastata con le tecniche della camera oscura, quindi solo contrasto, chiarire o scurire le zone; tutte le foto non sono ritoccate, io assolutamente non tolgo niente e non metto niente, se c’è qualcosa che non va butto la foto.

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© Courtesy Danilo Balducci

In quest’altra immagine invece, come in altre, c’è un bambino al quale non importa più di tanto. A me personalmente questo scatto trasmette un preciso stato d’animo: anche nella tragedia più immane, comunque alla fine la vita va sempre avanti.

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© Courtesy Danilo Balducci

Questa qui invece è l’ultima foto, quella che conclude il lavoro ed è l’unica senza nuvole: è l’edificio dove hanno portato i morti del terremoto. Anche questo per giorni ho cercato di fotografarlo finché mi è capitato di passarci davanti in auto, mi sono girato e c’era l’arcobaleno col sole che batteva su questa parte alta. Mi sono fermato e ho fatto click. Parla delle vittime, di coloro che non ci sono più ed è l’unica senza nuvole, è una speranza, nonostante i morti.

 

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Le foto sono parte di un lavoro pubblicato in questo libro: Danilo Balducci, Tra cielo e terra

 

L’intervista in tegrale la potete trovare qui

 

© Monica Cillario

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