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GLI EBREI A MONACO DURANTE L’OCCUPAZIONE, UNA STORIA DI LUCI E OMBRE

monaco Nel Principato di Monaco, dopo l’avvento della Francia di Vichy, se per gli inglesi e i monegaschi tutto continuò più o meno bene, la sorte degli ebrei iniziò invece ad aggravarsi.

“Non amo gli ebrei, detesto i comunisti e odio i massoni” diceva il maresciallo Pétain e anche a Monaco c’erano alcuni che la pensavano alla stessa maniera, però rimane il fatto che  le relazioni fra il Principato di Monaco e il governo di Vichy furono sempre piuttosto ambigue.

Ad esempio, quando il regime di Vichy chiese il sequestro dei beni monegaschi del barone Édouard de Rothschild, Victor Jeannequin, il console francese a Monaco, considerò la richiesta “inopportuna” poiché era certo che  il sovrano “si sarebbe sicuramente rifiutato di adottare un’azione così rigorosa nei confronti di una personalità con la quale aveva sempre intrattenuto rapporti niente affatto occasionali”.

Il governo di Vichy manifestò fin da subito la sua avversione nei confronti degli ebrei e promulgò leggi razziali  che riguardavano tutti   gli appartenenti alla “razza ebraica” .

La razza ebraica ovviamente esisteva solo nell’aberrante immaginazione dei più feroci antisemiti, ma in quegli anni terribili venne descritta con dovizia di particolari per permettere di individuare ed isolare gli ebrei di ogni nazione.

Era considerato ebreo ogni individuo appartenente alla razza ebraica e apparteneva alla razza ebraica chiunque avesse  nel proprio albero genealogico tre nonni  ebrei.

Tra la fine degli anni Trenta e gli inizi del 1940, tutta la Parigi ebraica era sulla Costa Azzurra: i Rothschild o i Levitan, gli artisti come Jean Pierre Aumont, Ray Ventura o Gerard OuryRobert Manuel e molti altri.

Le leggi razziali

In Francia, a partire dall’agosto del 1940, venne ritirata la nazionalità a migliaia di ebrei naturalizzati: dall’oggi al domani non erano più francesi perché appartenenti alla razza ebraica e non a quella francese. Il 23 marzo 1941 venne creato il Commissariato generale per la questione ebraica, il cui primo commissario con il rango di segretario di Stato fu Xavier Vallat, il quale andò vantandosi di essere un antisemita della prima ora anche più di certi tedeschi dell’armata di occupazione.

Un censimento del 1941 elencò la presenza di 152 ebrei presenti a Grasse e 128 a Cannes, ma in realtà tutti sapevano che ce n’erano molti di più, almeno quattromila. Alla Prefettura della Alpi Marittime stimarono che il numero di ebrei oscillasse fra 13 e 15mila, dei quali almeno la metà erano stranieri (per lo più provenienti dalla Germania e dalle zone dell’Europa occupate dai nazifascisti).

Nel frattempo le leggi razziali  allungarono la lista delle professioni vietate agli ebrei, ai quali in un primo momento era stato proibito di insegnare o di lavorare come funzionari; con l’inasprimento dell’antisemitismo, la legge del 2 giugno 1941 estese il divieto anche alle professioni legate alla pubblicità, alle banche e all’immobiliare. Ovviamente Vichy si augurava che la repressione nei confronti degli ebrei si estendesse anche a Monaco, dove vi era una numerosa presenza di ebrei, facoltosi e non.

In realtà in un primo momento il Principato sfuggì al controllo del sistema francese per tutta una serie di motivi;  da un lato la sua neutralità faceva sì che non ci fossero degli effettivi controlli di polizia dentro Monaco e dall’altro, perseguire gli ebrei non rientrava nel suoi stessi interessi. Inoltre – e forse soprattutto-  per far applicare una legge francese a Monaco occorreva che una legge simile  venisse votata nel Principato stesso. Per creare un numero chiuso per gli ebrei occorreva prima sapere quanti già ce ne fossero sul territorio e come si poteva riconoscere un individuo di razza ebraica da un altro di razza non ebraica? Per giunta il governo era preoccupato su come avrebbero reagito, ad esempio, i facoltosi clienti che soggiornavano all’Hotel de Paris se la polizia vi avesse fatto una retata. Inoltre la Société des Bains de Mer (la SBM) aveva fra i suoi membri di amministrazione anche degli ebrei e capitale ebraico e di conseguenza diventava particolarmente spinoso perseguire persone che contribuivano allo stesso benessere economico del Principato.

Va anche ricordato che numerosi artisti ebrei che si erano ritrovati disoccupati nella Francia collaborazionista, vennero assunti nel Casinò di Monte Carlo, ben lieto di avere in cartellone nomi che erano garanzia di successo e che attiravano numerosi spettatori.

Il censimento di tutti gli ebrei residenti a Monaco 

Con il perdurare della guerra però, il 1° Luglio 1941 il sovrano Luigi II promulgò una legge per un nuovo censimento degli ebrei: tutte le persone di razza ebraica che vivevano a Monaco dovevano dichiararsi al Ministero di Stato entro il 15 Luglio. Il testo di legge definiva esattamente cos’era un ebreo (riprendendo la stessa identica definizione del governo di Vichy): erano dichiarati ebrei gli appartenenti ad una qualunque confessione religiosa che avessero almeno 3 nonni di razza ebraica. 

Com’era accaduto in Francia, anche a Monaco gli ebrei erano tenuti a dichiararsi agli agenti preposti al censimento; ma alcuni rifiutarono di farlo perché non si ritenevano essi stessi ebrei o perché cittadini di Stati i cui governi non prevedevano simili censimenti: ad esempio numerosi rifugiati turchi che avevano la residenza nel Principato. A questi si aggiunsero anche gli ebrei americani e quelli inglesi.

Comunque la autorità francesi si congratularono per questa prima misura antiebraica dicendo che il governo monegasco aveva preso questa decisione sia per conformarsi alle leggi del governo francese, sia per evitare l’afflusso nel proprio territorio di numerosi ebrei francesi e stranieri che cercavano di stabilirsi a Monaco per non  essere recensiti in Francia.

Al termine del censimento, nel territorio monegasco risultavano 251 ebrei, di cui 123 francesi. In realtà però gli ebrei presenti a Monaco erano molti di più: i tedeschi stimarono una cifra che si avvicinava al migliaio, ma le autorità monegasche non furono mai troppo zelanti nell’identificare gli ebrei presenti nel loro piccolo Stato.

Il 10 Luglio 1941 un altro ordine sovrano impose la carta d’identità per tutti gli stranieri, compresi i bambini a partire dai 7 anni di età. Inoltre, anche tutti i residenti monegaschi erano obbligati a rifare i propri documenti d’identità.

Questa decisione non era strettamente antisemita, almeno non ufficialmente, ma va da sé che fu comunque un modo per capire in modo più preciso chi e quanti fossero gli Israeliti residenti nel Principato. Ed è un fatto che dopo il 15 Luglio 1941 per gli ebrei di qualunque nazionalità divenne molto difficile riuscire ad ottenere una carta d’identità o un permesso di soggiorno monegasco. A seguito di queste ordinanze, 32 ebrei lasciarono il Principato, alcuni spontaneamente, altri perché espulsi o respinti e ufficialmente, dal 30 Agosto 1941, a Monaco risultarono solo più 219 ebrei su una popolazione di 20000 abitanti.

Le leggi razziali si inaspriscono e anche nel Principato gli ebrei vengono allontanati dai posti di lavoro

Dei 219 ebrei censiti a Monaco, solo 20 esercitavano delle professioni liberali o erano commercianti e uno solo praticava una professione tenuta particolarmente sotto controllo: l’avvocato Jacques Lambert; 7 erano invece degli impiegati e tutti gli altri erano o pensionati o vivevano di rendite. C’erano però due professori di filosofia del Liceo: Camille Pollack e Armand Lunel e poiché esercitavano una professione vietata agli ebrei dalla legge del 3 ottobre 1940, non poterono più insegnare e il governo monegasco avrebbe anche dovuto riaffidarli alle autorità francesi che ne avrebbero fatto ciò che volevano. Fra questi 219 ebrei ci fu anche un altro caso molto spinoso, quello di Raoul Gunsbourg, direttore dell’Opera di Monte Carlo fin dal lontano 1892; dopo l’ordinanza sul censimento degli ebrei, Gunsbourg fece pubblicare sui giornali un articolo in cui diceva testualmente: “gli Israeliti devono fare una dichiarazione riguardo alla loro religione e io non chiedo di meglio, poiché non nascondo la mia confessione religiosa e non ho né vergogna né volontà di ribellarmi contro niente e nessuno. Non sono praticante, ma Dio mi ha creato ebreo e la volontà di Dio è sacra.”

L’abate Boulier, una voce fuori dal coro

L’abate Boulier, curato della Chiesa di Santa Devota, fece pervenire ai professori del liceo che erano stati espulsi una lettera in cui si dichiarava disgustato per quello che stava accadendo a loro e a tutti gli ebrei. E anche in seguito si scagliò contro il regime di Vichy, ma il vescovo di Monaco, Monsignor Riviere, a più riprese lo richiamò all’ordine dicendogli che parlava troppo di politica e invitandolo a non dimenticare che il compito di un prete era quello di non essere avverso a nessuno. L’abate Boulier continuò a criticare con forza gli atti di antisemitismo e alla fine venne allontanato dal Principato.

In buona sostanza la legge razziale del 3 Ottobre del 1940 venne applicata e sia i professori che il direttore dell’Opera di Monte Carlo furono licenziati. Stessa sorte fu riservata a René Blum, anziano direttore del corpo di ballo il cui contratto non venne rinnovato; Blum finì deportato ad Auschwitz (anche se in questo caso probabilmente pagò il fatto di essere il fratello di Léon Blum). Lunel, Pollack e Gunsbourg vennero messi in pensione ma poterono rimanere a Monaco per tutta la durata della guerra (Lunel e Pollack  vennero poi iscritti nell’elenco ufficiale dei professori onorari).

La Francia collaborazionista giudica troppo blanda la repressione ebraica nel Principato

Il commissario alla questione ebraica alla fine si lamentò riguardo alla blanda repressione contro gli ebrei portata avanti dal Principato, ma gli venne risposto che un conto erano gli ebrei stanziali e un altro quelli solo di passaggio che venivano a dilapidare la loro fortuna al Casinò e gli fu sottolineato che questo fatto era una cosa conveniente per tutti, tanto più che la SBM aveva 800 impiegati di razza francese e con i soldi che i giocatori perdevano al gioco faceva vivere, contando anche i familiari, più di 3000 persone.

Fra alti e bassi il 21 Dicembre 1941 le leggi razziali vennero presentate al Consiglio di Stato e il 28 febbraio 1942 il Principe Luigi II le promulgò, ma resta il fatto che nonostante il divieto per gli artisti ebrei di esibirsi, nessuno di loro venne licenziato.

Il direttore regionale del Commissariato per la questione ebraica continuò a ritenersi insoddisfatto: la lista degli ebrei censiti a Monaco era secretata dalle autorità monegasche, inoltre numerose società francesi di proprietà di ebrei si erano trasferite a Monaco (la pellicceria Baril, la società di tessuti La Régence, la gioielleria Hermann, per citarne solo alcune) e il governo sembrava non far nulla di concreto contro questi ebrei. Monaco rispose dicendo che legiferare per pochi negozi sarebbe stato più spettacolare che efficace; convenne sul fatto che sarebbe stato opportuno che le merci francesi non venissero trasferite a Monaco, certo, ma si domandò come si sarebbe poi potuto, di fatto, impedirlo e a questa domanda non sembrò avere una risposta concreta.

La retata dell’Agosto 1942

Nel Luglio del 1942 la situazione precipitò perché in Costa Azzurra arrivò  il capo dei servizi degli affari ebraici per la gestapo, Theodor Dannecker, il quale constatò immediatamente che nel Principato risiedevano molti ebrei e organizzò dei centri di detenzione nella vicina Beausoleil.

Il 5 Agosto del’42 il barone James de Rothschild, domiciliato a Cannes, si presentò al consolato generale di Francia con sede a Monaco per cercare di ottenere l’assicurazione che in caso  manifestazioni popolari contro lui e i suoi correligionari lo avessero obbligato a lasciare la sua residenza, gli sarebbe stata concessa un’autorizzazione di soggiorno a Monaco. Gli fu risposto che non c’era nessun motivo per cui degli ebrei francesi, rifugiandosi a Monaco, avrebbero potuto avere il diritto di sottrarsi alle leggi vigenti in Francia.

La notte del 27 Agosto 1942 la polizia fece una retata  e 66 ebrei vennero arrestati: 10 erano stranieri residenti a Monaco, mentre gli altri 56 erano ebrei delle Alpi Marittime che nelle ultime 24 ore avevano cercato rifugio nel Principato.

Quella sera né il principe né il ministro di Stato Émile Henri Roblot si trovavano nel Principato e fu il consigliere del governo, il ministro Bernard, ad affiancare le operazioni di polizia collaborando con molto zelo. Il commissariato di Beausoleil informò i superiori di Nizza dell’arresto di questi 66 ebrei e precisò che “queste operazioni di polizia a Monaco avevano suscitato differenti reazioni: alcuni compativano i bambini che sapevano sarebbero stati separati dai genitori; altri – la minoranza- ritenevano che la misura presa fosse giusta, ma che gli ebrei più ricchi e potenti erano sicuramente ancora al sicuro dai rastrellamenti.” In quanto agli ebrei arrestati, vennero condotti al centro di smistamento di Beausoleil e da lì quelli fra loro che erano stranieri vennero condotti a Nizza, poi a Drancy e infine furono deportati ad Auschwitz.

In generale i monegaschi non erano particolarmente antisemiti, erano sostanzialmente indifferenti alla sorte degli ebrei ma fu sicuramente dal mondo cattolico che arrivò la salvezza per un buon numero di loro; questa volta però la difesa fu portata avanti in un modo meno chiassoso  ma decisamente più efficace rispetto a quanto aveva fatto l’abate Boulier prima di venire allontanato.

Un ossimoro della storia: Padre Arici, il prete fascista che salvò un gran numero di ebrei nel Principato.

A Monaco il cattolicesimo è religione di Stato e i preti sono funzionari nominati dal governo e come tali devono, se non approvare, almeno applicare le misure decise dal governo.  Durante l’occupazione,  oltre al vescovo Monsignor Riviere, c’erano circa 250 religiosi fra preti, monaci e suore e fu proprio uno di questi preti a preoccuparsi della sorte degli ebrei: si chiamava padre Arici ed era stato uno dei fondatori del fascismo locale.

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Arici portò avanti un’iniziativa salvifica su vasta scala: organizzò infatti una conversione di massa. Una direttiva diocesana precisava molto chiaramente che era vietato battezzare persone adulte senza l’autorizzazione del vescovo, ma padre Arici non ne tenne conto e la cappella dei Moneghetti, zona frequentata dalle camice nere, divenne un rifugio per gli ebrei stranieri, in particolare quelli provenienti dalla zona del Mediterraneo. A partire dall’estate del 1942 tutti coloro che dichiaravano di rinunciare alla cecità dei precetti ebraici e riconoscevano il Signore Gesù Cristo come il Messia annunciato nella Sacre Scritture dell’Antico Testamento, potevano ricevere il battesimo “con l’autorizzazione di Sua santità il vescovo di Monaco”. Su un piccolo quaderno a spirale chiamato “registro di battesimo degli israeliti”, padre Arici annotò coscienziosamente tutte le sue conversioni; ovviamente non fu un registro ufficiale e venne alla luce solo più tardi, comunque, senza saperlo, il vescovo autorizzò decine di queste conversioni di circostanza, esattamente 157, fino al 17 Aprile 1943, ossia fino a che non scoprì quello che veniva “tramato” alle sue spalle. In realtà per essere sinceri alcuni di questi nuovi convertiti  vennero confermati dal vescovo in persona, ma non si sa con certezza se lo fece perché vedeva di buon occhio delle conversioni, indipendentemente se volontarie o meno, che secondo la sua concezione di cattolico dell’epoca riportavano delle anime perse alla “vera” fede.

Non è possibile risalire al numero esatto degli ebrei che in quegli anni terribili decisero di convertirsi per salvarsi dalle deportazioni, ma è però certo che gli Arditti, i Behar, i Berman, i De Toledo, i Dorra, i Fischer, i Fresco, i Gershwin, i Gueron, gli Hassan, gli Jerusalmi, i Levy, i Menahem, i Misrahi, i Nahmias, i Nahoum, i Vidal, per un certo periodo divennero  buoni cattolici certificati, proprio grazie ad un prete fascista e  convinto militante.

In Costa Azzurra la caccia all’uomo conobbe punte di atrocità altissime

Fino a quando Monaco rimase sotto l’occupazione italiana gli ebrei furono comunque tutelati; la situazione mutò radicalmente con la partenza degli occupanti italiani: fu da quel momento in poi che quello che prima era stato un rifugio si tramutò in una trappola e la sopravvivenza diventò più difficile.

Dal 10 settembre 1943 arrivò a Nizza un commando speciale guidato dalla ss Alois Brunner.

Brunner, è passato alla storia come uno dei più brutali cacciatori di ebrei che ci siano stati in Francia e tutti i testimoni concordano sul fatto che fosse un antisemita patologico. Era arrivato direttamente dal campo di Drancy con una missione ben precisa: svuotare la Costa Azzurra dagli ebrei.

Lo storico Léon Poliakov nel suo libro “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, edito da Einaudi, afferma che “la caccia all’uomo sulla Costa Azzurra è stata la più feroce in assoluto rispetto a tutto il resto dell’Europa occidentale”.

In questo clima nefasto, Monaco, pur non essendo un Paradiso terrestre, fu comunque uno dei luoghi meno ostili agli ebrei rispetto al resto della Costa Azzurra e questo grazie anche a una serie di uomini di buona volontà che si adoperarono per salvarne il più possibile; fra loro spicca il già citato padre Arici, il quale fu uno dei tanti ossimori della storia durante uno dei periodi più bui del Novecento.

 

 

Per chi desiderasse approfondire l’argomento sugli ebrei a Monaco e, più in generale, saperne di più sul Principato durante gli anni dell’occupazione, consiglio il volume di Pierre Abramovici dal titolo Monaco sous l’Occupation,  dal quale io stessa ho tratto interessanti  spunti di riflessione per la stesura di questo pezzo e da cui proviene la foto di una pagina del registro di padre Arici con i nomi degli ebrei che battezzò.

 

 

© Monica Cillario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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