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BRUNO CARUSO

brunocarusoGiorni fa (esattamente lo scorso 4 novembre), è morto il pittore Bruno Caruso. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di andare a trovarlo nel suo studio con una bellissima vista sul Colosseo.

 

 

 

Questa è un’intervista che gli feci diversi anni fa per Osservatorio Digitale

Bruno Caruso è un pittore siciliano, palermitano per la precisione, che vive a Roma da molti anni. Artista eclettico, uomo di cultura, si è occupato di svariate cose nell’arco della sua lunga vita ed ancora oggi è molto attivo in diversi campi. Sono venuta a sapere che possiede un vasto archivio fotografico tutto da riordinare e, cominciando a riordinarlo, ho scoperto che non solo ha conosciuto molti grandi nomi della fotografia del secolo scorso, ma di alcuni di loro è stato anche molto amico.

Nel suo studio romano, in un bellissimo palazzo nei pressi del Colosseo, Bruno mi ha raccontato la sua esperienza al fianco di fotografi come George Brassaï, Herbert List e Richard Avedon.

Monica Cillario: Come mai hai avuto la fortuna di conoscere e poi di stringere amicizia con Brassaï, List e Avedon?

Bruno Caruso: Ho conosciuto molti grandi fotografi del pianeta ed è vero, di alcuni di loro sono stato anche amico. Tutto è nato dai giornali; nel corso degli anni ne ho diretti tre e quindi era un continuo passaggio quotidiano di fotografie; alcune mi rimanevano, le ho raccolte; poi, in virtù di altri giornali ai quali ho collaborato come Il Corriere della Sera, Repubblica e L’Unità, collezionavo tutte le fotografie interessanti che vedevo, tanto che oggi ne possiedo migliaia. (In effetti Bruno possiede diversi scatoloni colmi di foto, la più parte in bianco e nero, alcune copie, altre originali, tutte comunque molto belle, interessanti, ciascuna con una sua storia, ndr.) Nel ’49 sono stato a Parigi per circa un anno e ho incontrato varie persone fra cui George Brassaï col quale ho fatto amicizia, poi lui mi ha presentato tutti i suoi amici: Giacometti, Jacques Prevert, Camus, insomma tanta gente che si conosceva come ci si conosceva nel dopoguerra anche qua a Roma, ossia si facevano amicizie con facilità a differenza di oggi che la vita è diventata invece tutta una questione di affari. Poi nel ’53 ho fondato una rivista che si chiamava Sicilia.

MC: Fulvio Abbate mi ha detto che “Sicilia” è un raro esempio di pregio grafico, la più bella rivista stampata in Italia nel dopoguerra, una pubblicazione per bibliofili in prospettiva…

BC: In effetti era una bella rivista che sopravvive ancora oggi e alla quale, soprattutto agli inizi, hanno collaborato tutti i fotografi possibili e immaginabili;  due servizi sulle tonnare e sui cappuccini li aveva fatti Herbert List. Con questo andirivieni di fotografi, li ho potuti conoscere tutti, e di loro possiedo tante fotografie. Quando ho fondato la rivista con Flaccovio editore, la regione Sicilia la distribuiva in tutta Europa. Io la curavo invitando persone di primissimo ordine: i poeti Leonardo Sinisgalli e Libero de Libero, ad esempio, poi c’erano disegni di Picasso, di Matisse, di tutti insomma, perché io li conoscevo e la rivista effettivamente era bella, lo è tuttora.

MC: Che rapporto avevi con i fotografi che hai conosciuto?

BC: Di List e Brassaï ero molto molto amico, con Avedon siamo stati amici ma per me non ha fatto altro che un ritratto perché una sua fotografia all’epoca costava già 50 milioni di vecchie lire dal momento che il giornale Harper’s Bazar le pagava tanto: e quindi lui le fotografie non le faceva per nessuno se non per Harper’s. Avedon era il fotografo più celebre del mondo, ha realizzato dei libri straordinari che purtroppo io non ho più.

Mentre Bruno parla io apro a caso gli scatoloni e, senza timore di sembrare retorica, vedo che mi sta passando dinanzi un mondo: le foto sono messe alla rinfusa e riordinarle richiederà tempo e pazienza ma non sarà tempo buttato perché, anche a un’occhiata veloce, mi rendo conto di avere fra le mani un piccolo tesoro di immagini e, soprattutto, di emozioni. I soggetti sono i più svariati ma sicuramente spiccano il tema della guerra del Vietnam, degli uomini politici italiani, fra tutti Giorgio Napolitano, di artisti e intellettuali del secolo scorso e di Lenin. Sul Vietnam e su Lenin, Bruno ha scritto anche dei libri, corredati ovviamente da foto molto belle. Ci sono fotografie anche incorniciate in giro per lo studio e una colpisce la mia attenzione perché ritrae una donna molto bella, dai tratti chiaramente orientali.

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BC: Si chiamava Nguen Ti Bin, l’ho conosciuta perché sono stato il responsabile in Italia degli aiuti al Vietnam e poi sono andato in quel Paese durante la guerra, per la verità ci sono stato più volte. Lei era la responsabile diplomatica della Repubblica del Vietnam durante il conflitto e viveva a Parigi; eravamo molto amici, poi io una volta l’ho dovuta accompagnare in una missione estremamente delicata che è un segreto di Stato e quindi non lo posso raccontare; in seguito l’ho rivista più volte e lei ha scritto l’introduzione del mio libro sul generale Giap, con cui avevo fatto amicizia. Un libro che gli americani non mi perdonano! Nel volume ci sono delle fotografie, delle immagini tremende perché è stata una guerra tremenda, come tutte le guerre d’altra parte, quella però io posso dire di averla vissuta in prima persona.

Bruno mi indica una foto senza cornice che è appoggiata ad una parete, c’è lui in mezzo ad un gruppo di donne vietnamite vestite da soldato; va verso il muro, la prende in mano e mi racconta:

BC: È una fotografia dell’epoca della guerra del Vietnam; io sono stato ospitato da questa batteria contraerea e siccome le mitragliere erano tutte donne, quando hanno visto un uomo tra loro hanno voluto una foto e così è stato eseguito questo scatto anonimo dal mio accompagnatore. Sai, all’epoca in Oriente la fotografia non aveva autori, non certo in Vietnam durante la guerra: era un posto tremendo dove ogni minuto correvi il rischio di morire, soprattutto grazie alle bombe magnetiche, al napalm, e anche alle zanzare.

MC: Dev’essere stata un’esperienza atroce, anche se in fondo per descrivere una guerra a volte le parole sembrano inadeguate, ecco perché le immagini sono invece così preziose…

BC: Atroce, sì, credo sia la parola giusta.

MC: Sei stato amico anche di Sciascia e qui vedo una tua foto insieme con lui…

BC: Sciascia è stato un mio grande amico tutta la vita; questa l’ha scattata Chiara Samugheo, un’altra grande fotografa amica mia: ma Chiara ha ricevuto una bruttissima fregatura economica qua a Roma, ha perso la proprietà della sua meravigliosa casa di tre piani a Campo dei Fiori e se n’è voluta andare e non è mai più apparsa, non ne so più nulla, è andata a vivere da una sua amica sulla Costa Azzurra e non ha dato più notizie di sé; è successo vent’anni fa, forse di più. Questa è stata scattata nel mio vecchio studio qui a Roma.

MC: Torniamo invece ai tuoi amici fotografi. Il primo che hai incontrato, così mi sembra di aver capito, è Brassaï e insieme a lui hai conosciuto anche la sua Parigi. Me la racconti?

BC: La Parigi di Brassaï l’ho vissuta mentre lui stava lavorando al famoso libro “Paris de nuit”; abitavo a Les Halles e lui frequentava i mercati generali e Parigi la notte. Brassaï era amico di molti intellettuali e artisti di quell’epoca, ha scattato molte foto famose a Prevert e ha realizzato alcune fra le più belle fotografie di Picasso.

MC: Com’era? Era un tipo, come dire, alla mano?

BC: Sì, gentilissimo con tutti, addirittura come un ragazzo, nonostante fosse più grande di me; era famoso ma era molto alla mano, non si dava delle arie. Chi se le cominciava a dare era Avedon perché era in America ed era strapagato, guadagnava quello che voleva. Brassaï in confronto non guadagnava nulla, era povero.

MC: Lavorava per un giornale in particolare?

BC: No, lui lavorava per tanti giornali, per tanti editori, non aveva l’esclusiva come invece aveva Avedon; e tornando al periodo in cui scattava le foto di “Paris de nuit”, ricordo che conosceva tutte le prostitute e la confidenza di queste donne in quei quartieri faceva piacere, rinfrancava lo spirito; Brassaï le trattava con cordialità; comunque era un altro mondo all’epoca, era diverso, anche la Francia era meno incattivita di come poi è diventata, non aveva la puzza sotto al naso come ora, anche perché si usciva dalla guerra: i francesi erano stati militarmente sconfitti ma vittoriosi in generale, però all’epoca erano tutti molto poveri e più alla mano. Comunque Brassaï, che come sai non era francese ma ungherese (il suo vero nome era Gyula Halàsz, ndr), era considerato uno fra i più famosi fotografi francesi; era una persona deliziosa, simpaticissima e poi aveva una moglie molto carina, simpatica e gentile che si chiamava Gilbert. Avevo invitato Brassaï in Sicilia, è stato una settimana a casa mia e così pure List.

MC: Qual è stato il fotografo con cui andavi più d’accordo, quello che in un certo senso preferivi?
BC: Difficile dirlo. Intanto erano tutti più grandi di me, tranne Avedon che aveva quasi la mia stessa età; con List abbiamo fatto un viaggio insieme, siamo andati dalla Sicilia in Germania, lui era un omosessuale scatenato, aveva sempre con sé un ragazzino molto carino e mi diceva “Guarda, provalo”, e io “Ma tu sei pazzo”, e lui: “Ma no, prova perché sai, è uno bravissimo”… Durante il viaggio lui ha scattato tante fotografie e mi ha raccontato tante vicende delle sue foto. Era molto cordiale, affabile.

MC: Avedon invece com’era?

BC: Come ho già detto Avedon era ricchissimo, era uno che guadagnava in maniera spropositata; lui non accettava ospitalità, andava in alberghi di lusso, viaggiava con l’aereo personale, però siamo stati abbastanza amici e quando sono andato in America gli ho impaginato un libro sul manicomio di New Orleans. Io ho fatto dei lavori sui manicomi, ho lavorato in particolare sul manicomio di Palermo e ci ho portato anche Avedon nel ’53 o ’54, in un’epoca nella quale i manicomi erano terribili, una cosa che nessuno si immagina. Avevo pensato di poter fare qualche cosa e parlando con i medici si era arrivati a provare a sostituire i mezzi coercitivi come la camicia di forza con dei calmanti, gli psicofarmaci; poi io facevo disegnare i pazienti e dalla qualità dei disegni che essi realizzavano – ne ho raccolti cinquemila – si poteva capire se la cura avesse avuto effetto. Poiché l’esperimento ebbe successo, nell’arco di quattro anni si creò una rivoluzione nella psichiatria alla quale poi partecipò Basaglia negli anni ’70.

Tornando ad Avedon, lui non faceva ritratti se non su commissione; qui a Roma mi scattò una foto, un ritratto, ma non lo fece per me personalmente ma per Harper’s Bazar che, volendo pubblicare alcuni miei disegni, aveva bisogno di una mia fotografia. Avedon me ne diede una copia definendomi piccolo e magro, facendomi rimanere male. Siamo diventati abbastanza amici ma non ci si vedeva mai perché lui era raro, era uno che costava troppi soldi per venire a perdere tempo come facevano List o Brassaï, lui era un fotografo americano che guadagnava quello che voleva.

MC: Cosa ti ha lasciato l’aver conosciuto questi personaggi?

BC: Di sicuro sulla mia creazione artistica non hanno avuto nessuna influenza, però sono stati molto utili per la mia rivista e per la mia crescita umana, per le emozioni che mi hanno trasmesso e per le persone con cui mi hanno messo in contatto.

MC: Un tuo punti di vista sulla fotografia, come artista?

BC: A me piace molto, la considero un’arte. Questi tre amici di cui ti ho parlato, Brassaï, List e Avedon, erano dei grandi fotografi, le loro fotografie sono opere d’arte, loro erano artisti.

MC: Quale era il migliore secondo te?

BC: Non lo so, Avedon sicuramente aveva un piglio terribile, ma forse in realtà Henri Cartier-Bresson è stato fra tutti il più importante.

MC: Hai conosciuto anche Cartier-Bresson?

BC: Ho conosciuto Cartier-Bresson ma non abbiamo stretto amicizia, era una persona – come dire – con un po’ di puzza al naso.

 

Monica Cillario

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