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12 OTTOBRE 1492: CRISTOFORO COLOMBO SCOPRE L’AMERICA, MA NON SE NE ACCORGE.

IMG_4484 copiaOttobre 1492, 12 ottobre 1492, per la precisione. Cristoforo Colombo scopre l’America, però ancora non lo sa, pensa di aver scoperto le Indie. Ma quale fu “il principio e la fine dell’impresa”? Lo scopriamo leggendo i suoi diari.

 

Lui e i suoi mainai sono sfiancati da mesi di navigazione, il morale è basso, bassissimo, perché non si vede ancora la fine del viaggio, ma poi, piano piano, i primi segnali: “la vedi una luce? Tu, dimmi, la vede la luce?”

Durante le ultime ore prima della fatidica data, i segnali si erano moltiplicati: erbe, legni, cortecce, venivano incontro alle tre caravelle e durante l’ultima notte di viaggio stormi di uccelli le avevano sorvolate più e più volte, visibili quando passavano davanti alla luna che era al suo ultimo quarto. Anche altri segni, come il colore dell’acqua e un profumo di alberi, lasciavano intendere che la terra non era lontana, che la meta era vicina. E infatti il viaggio stava finendo e le navi stavano entrando nel mar dei Caraibi: Colombo stava per scoprire l’America e, soprattutto, stava per entrare nella Storia, quella con la esse maiuscola.

Nelle sue intenzioni voleva raggiungere le Indie, andare in Asia seguendo una rotta a ponente: si era immaginato un oceano non molto vasto ed era convinto che numerose isole gli avrebbero semplificato il viaggio, facilitando, con gli scali, il traffico delle spezie, delle perle e dell’oro.

Colombo non aveva assolutamente intenzione di trovare il nuovo continente, quello che chiamiamo America, e solo nel corso del suo terzo viaggio si decise ad ammattere che un nuovo continente lo aveva veramente scoperto.

Adesso, ai nostri giorni, nel punto in cui Colombo vide la prima luce, c’è il faro di San Salvador e poco lontano l’a città di Santo Domingo (che conserva una delle sue tombe, l’altra è in Spagna, a suggello di una vita piena di dubbi, di enigmi, con dispute che si trascinano ancora adesso, a oltre cinquecento anni di distanza).

Nel dicembre del 1492, pochi mesi dopo la scoperta, Colombo dissimulava a stento la sua delusione per non aver trovato la strada per l’Asia e men che meno i Regni del Catay. Comunque, dai suoi diari si legge che riteneva che la corona spagnola avrebbe tratto dalle terre scoperte “innumeri cose profittevoli” e continua: “non so descrivere il beneficio che se ne potrà trarre… Io assicuro le Vostre Altezze che mi sembra non possano esservi in alcun luogo sotto il sole terre più fertili, più temperate nel freddo e nel caldo… Così piaccia a Dio che le Vostre Altezze mandino qua uomini dotti  che potranno accertare la verità di tutto… le Vostre Altezze non dovranno permettere che alcun forestiero faccia commercio o metta piede qui, eccetto i cristiani cattolici, perchè questo fu il principio e la fine dell’impresa.”

Sempre dalla lettura dei suoi diari, capiamo che nei primi giorni dopo la scoperta, le pagine non sono più quelle delle carte di un navigante, con il rilevamento dei venti e della stella polare, ma bensì meravigliose relazioni di un viaggiatore impegnato a descrivere il mondo nuovo che si trova davanti: passa da un’isola all’altra e descrive la bellezza della natura incontaminata, la stranezza degli uomini nudi che gli vengono incontro, lo splendore delle spiagge.

Ha una vera ossessione per l’oro (dovuta anche al fatto che sa benissimo che oltre ad un diario di viaggio dovrà presentare alla corona spagnola anche un libro di conti).

In realtà la vera ricchezza di questa sensazionale scoperta di nuove terra non fu l’oro: le conquiste delle Americhe aprirono alla Spagna e alle altre potenze europee dell’epoca le porte di un grande secolo.

Dopo la scoperta dell’America si passò dalla geometria piana alla geometria dello spazio (così leggo nei miei vecchi appunti di storia moderna in cui il mio professore citava uno scrittore colombiano, un certo German Arciniegas):prima del 1500 gli uomini si muovevano entro spazi limitati, come se fossero imprigionati in un cortile o in un lago. Dal 1500 in poi, sorsero continenti e oceani.

Il dramma di questo passaggio si svolse in gran parte nei Caraibi: lì cominciò la scoperta e poi la conquista e con quest’ultima nacquero gli avventurieri, di ogni ordine e specie. “Non c’era povero o signore, paggio o re, poeta o frate, che non avesse qualcosa dell’avventuriero“, scrive Arciniegas.

Ci furono frati che si buttarono alla ricerca delle perle verso il Venezuela e che anni dopo, raggiunti da una nave spagnola, chiesero ai marinai pezzi di artiglieria e polvere da sparo!

E Cristoforo Colombo? Venne incalzato dalle reazioni fulminee che seguirono alla sua scoperta.

Alexander von Humboldt scrive: “Colombo osserva la configurazione delle strade, le forme vegetali, i costumi degli animali, le variazioni del calore e il magnetismo terrestre.”
Conquistatori e avventurieri incalzano dietro di lui, che solo più tardi, nel 1500, arriverà a capire e annoterà in una lettera: “Sono diciassette anni che ho deciso di servire questi prìncipi: me ne hanno fatti trascorrere otto in discussioni per poi respingere i miei piani come uno scherzo. Ho sottoposto alla loro sovranità più terre di quante non ve ne siano in Africa e in Europa, e più di millesettecento isole, senza contare Hispaniola (l’attuale Haiti, ndr)… In sette anni, col volere di Dio, ho compiuto queste conquiste. Ed ecco che quando mi sono guadagnato il diritto alle ricompense e al ritiro, vengo arrestato e rispedito a casa in catene, per mio grande disonore e con scarsa utilità per le loro Altezze.”

La Spagna aveva dal canto suo trasportato in America  il suo duro cattolicesimo, le dispute dei teologi sull’anima degli Indios (l’avevano oppure no?) e uomini che mutavano “le profittevoli cose” in uno sterminato saccheggio.

Mentre Colombo si perdeva in fantasticherie metafisiche, cominciarono a sbarcare Cortes, Pizarro, Alvarado e la razza nuova divenne quella dei conquistatori/saccheggiatori.

Il resto è storia, e perlopiù triste storia.

 

© Monica Cillario

 

 

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