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LORENZO IL MAGNIFICO RACCONTATO DA MACHIAVELLI

Lorenzo_de_Medici
Agnolo Bronzino, Ritratto di Lorenzo de’ Medici (olio su tela, 1555-1565- Museo degli Uffizi di Firenze)

I fiorentini, finita la guerra di Serezana, vissero infino al mille quattrocento novantadue, che Lorenzo dei Medici morì, in una felicità grandissima. Perché Lorenzo, posate l’armi d’Italia, le quali per il senno e autorità sua s’erano ferme, volse l’animo a far grande se e la città sua. E a Piero, suo primogenito, l’Alfonsina, figliuola del cavaliere Orsino congiunse. Dipoi Giovanni, suo secondo figliuol, alla dignità del cardinalato trasse. Il che fu tanto più notabile, quanto, fuora d’ogni passato esempio, non avendo ancora tredici anni, fu a tanto grado condotto. Il che fu una scala da poter fare salire la sua casa in cielo; come poi nei seguenti tempi intervenne.

A Giuliano, terzo suo figliuolo, per la poca età sua, e per il poco tempo che Lorenzo visse, non potette di straordinaria fortuna provedere.

Delle figliuole, l’una a Giacopo Salviati, l’altra a Francesco Cibo, la terza a Piero Ridolfi, congiunse: la quarta, la quale per tenere la sua casa unita, egli aveva maritata a Giovanni dei Medici, si morì.

Nell’altre sue private cose, fu quanto alla mercanzia infelicissimo: perché il disordine dei suoi ministri, i quali non come privati, ma come principi, le sue cose amministravano, in molte parti molto suo mobile fu spento: in modo che convenne che la sua patria di gran somma di danari lo sovvenisse.

Onde che quello, per non tentare più simile fortuna, lasciate da parte le mercantili industrie, alle possessioni, come più stabili e ferme ricchezze, si volse.

E nel Pratese, nel Pisano, e in Val di Pesa, fece possessioni e per utile, e per qualità di edifici e di magnificenza, non da privato cittadino, ma regie:

Volsesi dopo questo a far più bella e maggiore la sua città. E perciò, sendo in quella molti spazi senza abitazioni, in essi nuove strade, da empiersi di nuovi edifici ordinò: onde che quella città ne divenne più bella e maggiore. Tenne ancora, in questi tempi pacifici, sempre la sua patria in festa; dove spesso giostre, e rappresentazioni di fatti e trionfi antichi  si vedevano: e il fine suo era, tenera la città abbondante, unito il popolo, e la nobiltà onorata.

Amava meravigliosamente qualunque era in una arte eccellente: favoriva i litterati; di che messer Agnolo da Montepulciano (il poliziano), messer Cristofano Landini e messer Demetrio greco possono render ferma testimonianza. Onde che il conte Giovanni della Mirandola, uomo quasi che divino: lasciate tutte l’altre parti di Europa ch’egli aveva peragrate; mosso dalla munificenza di Lorenzo, puose la sua abitazione in Firenze.

Dell’architettura, della musica e della poesia maravigliosamente si dilettava. Molte composizioni poetiche, non solo composte, ma comentate ancora da lui, appariscono. E perché la gioventù fiorentina potesse negli studi delle lettere esercitarsi, aperse nella città di Pisa uno studio; dove i più eccellenti uomini che allora in Italia fussero, condusse. A fra Mariano da Chinazano, dell’ordine di santo Agostino, perché era predicatore eccellentissimo, un monasterio, propinquo a Firenze, edificò.

Fu dalla fortuna e da Dio sommamente amato: per il che tutte le sue imprese ebbero felice fine, e tutti i suoi nimici infelice.

Questo suo modo di vivere, questa sua prudenza e fortuna, fu dai principi, non solo d’Italia, ma longinqui da quella, con ammirazione conosciuta e stimata.

Fece Mattia re d’Ungheria molti segni dell’amore gli portava. Il Soldano con suoi oratori e suoi doni lo visitò e presentò. Il Gran Turco gli pose nelle mani Bernardo Bandini, del suo fratello ucciditore.

La quale riputazione ciascuno giorno, per la prudenza sua, cresceva. perché era nel discorrere le cose eloquente e arguto, nel risolverle savio, nell’eseguirle presto e animoso.

Né di quello si possono addurre vizi, che maculassero tante sue virtù: ancora  che fusse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d’uomini faceti e mordaci e di giuochi puerili, più che a tanto uomo non pareva si convenisse; in modo che molte volte fu visto tra i suoi figliuoli e figliuole tra i loro trastulli mescolarsi. Tanto che a considerare in quello e la vita leggiera e la grave, si vedeva, in lui essere due persone diverse, quasi con impossibile congiunzione congiunte.

Visse negli ultimi tempi pieno d’affanni, causati dalla malattia, che lo teneva maravigliosamente afflitto: perché era da intollerabili doglie di stomaco oppresso: le quali tanto lo strinsero, che di aprile, nel mille quattrocento novantadue, morì, l’anno quarantesimo quarto della sua età. Né morì mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia, con tanta fama di prudenza, né che tanto alla sua patria dolesse. Dolsonsi della sua morte tutti i suoi cittadini, e tutti i principi d’Italia. Di che ne fecero manifesti segni.

Ma se quelli avessero cagione giusta di dolersi, lo dimostrò poco dipoi l’effetto. Perché restata l’Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo per quelli che rimasero, né d’empire né di frenare l’ambizione di Lodovico Sforza, governatore del Duca di Milano.

Per la qual cosa, subito morto Lorenzo, cominciarono a nascere quelli cattivi semi, i quali non dopo molto tempo, non sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinarono, e ancora rovinano, l’Italia.

dalle “Istorie fiorentine” di Niccolò Machiavelli.

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