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IL CAPITANO MARIA O LA CAPITANA MARIA?

Women

 

Lo scorso aprile, presso l’Università La Sapienza di Roma, si è tenuto un evento dal titolo Donne, diritti, culture: professioni e leadership; era il secondo di un ciclo di quattro incontri incentrati sulla donna e i suoi diritti (diritti troppo spesso calpestati).

Durante questo incontro, estremamente interessante, a mio avviso, è stato l’intervento del Maggiore Rosa Vinciguerra, che ha presentato una panoramica sulle donne nelle forze dell’ordine.

L’Ungheria è il Paese che ha la più elevata percentuale di donne nelle forze armate: il 20%.

La Turchia è invece il Paese con la più bassa presenza femminile: 1,3%

E l’Italia?

Il nostro Paese ha una presenza femminile nelle forze armate del 4,3%.

In tutto il mondo ci sono donne in uniforme, ma le percentuali non sono alte e si stima che il 20% sia il massimo che si possa raggiungere.

Fa eccezione Israele, che ha il 34%, ma occorre tener presente che per gli israeliani il servizio militare è obbligatorio per tutti (con una chiamata alla leva di 24 mesi per le donne e di 34 mesi per gli uomini).

Anche il sedicente Stato Islamico ha istituito una milizia femminile, ma usata solo per punire le donne che non rispettano le leggi dell’ISIS.

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(Recentemente sono trapelate notizie secondo le quali  a capo di questa milizia c’era una ex-spogliarellista che, dopo essersi cosparsa il capo di cenere, venne messa al comando di questo esercito di “fustigatrici”. Ndr).

 

Le donne nelle forze armate hanno dei limiti d’impiego che sono determinati da limiti fisici: hanno in media solo il 60% della forza fisica degli uomini. Inoltre il sistema scheletrico femminile è meno denso e molto più vulnerabile alle fratture; mediamente le donne sono più basse di statura rispetto agli uomini e possiedono il 25-30% in meno di capacità aerobica (caratteristica essenziale per la resistenza fisica).

Di tutto questo nell’Esercito occorre tener conto, pena il rischio della vita, propria e altrui.

Le donne sviluppano più degli uomini il PTSD (disturbo da stress post-traumatico).

Inoltre accade che le donne vengano viste dagli uomini come oggetti sessuali, senza riguardo per il fatto che sono colleghe (ma questo, come si è visto, accade un po’ in tutti gli ambiti lavorativi, purtroppo).

Il tempo lontano dalla famiglia è il motivo che più frequentemente spinge le donne alle dimissioni.

La progressione di carriera è spesso più lenta rispetto agli uomini e infatti le donne sono sottorappresentate nei gradi alti.

Comunque, nelle forze armate italiane alle donne è data facoltà di accedere a tutti gli incarichi, anche nei sottomarini.

I gradi rimarrano declinati al maschile e, a sentire il Maggiore Rosa Vinciguerra, sono le donne stesse a chiederlo poiché “soldatessa” o “colonnella” richiamano stereotipi poco felici.

Come giornalista io mi trovo in difficoltà a questo proposito, dal momento che un uso paritario della lingua italiana è caldamente consigliato dall’Ordine dei Giornalisti e da diverse giornaliste in particolare.

Mi è infatti stato fatto presente che l’italiano ha un genere femminile e questo andrebbe usato, anche perché un uso non paritario della lingua italiana rischia di sostenere la misoginia linguistica e la discriminazione di genere.

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Ciò detto, io mi sono data alcune regole nel mio lavoro di giornalista, la prima delle quali è il rispetto della persona; quindi, se intervisto una donna delle forze dell’ordine che mi dice che lei vuole essere chiamata, ad esempio, “capitano” e non “capitana” io rispetto la sua richiesta e la citerò come “il capitano tal dei tali”, piaccia o non piaccia a certe mie colleghe e a certi miei colleghi, ma se devo scrivere un pezzo in cui parlo genericamente del grado di capitano riferito ad una donna, userò la parola “capitana”.

Ammetto che non mi suona bene, ma so che è solo una questione di abitudine: la parola capitana nella lingua italiana esiste, solo non siamo abituati a sentirla se non in senso “scherzoso”. Ecco, io credo però che stia a noi farla diventare uso comune.
Infatti se noi per primi non la scriviamo, non ci abitueremo mai e io invece mi auguro che le generazioni successive alla mia si abituino non solo a sentirla, ma ad adottarla nel linguaggio di tutti i giorni.

Mi auguro cioè che in futuro potrà venire trasmessa una fiction Rai chiamata “la Capitana Maria” e che questo fatto non provocherà nessuna discussione perché sarà ritenuta una cosa normale esattamente come una fiction intitolata “la maestra Maria”.

La strada è lunga, ancora, ma ogni viaggio inizia sempre con un primo passo.

 

© Monica Cillario

 

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